Dopo che le azioni statunitensi sono cresciute, raggiungendo un nuovo record, anche quelle asiatiche sono salite, mentre la Banca del Giappone ha deciso di aumentare il suo tasso di prestito chiave.
Nel frattempo, ad alleviare la preoccupazione sulla possibilità dell’inflazione, vi è stato l’invito da parte del neo presidente Donald Trump, il quale ha esortato i paesi produttori di petrolio a ridurre il prezzo del greggio. Invece, per quanto riguarda i commenti più recenti fatti da Trump sulla questione delle tariffe più elevate sui prodotti provenienti dalla Cina e da altri paesi, sembra che i mercati non abbiano mostrato particolari reazioni.
A seguito dell’aumento da parte Banca del Giappone del suo tasso di riferimento, che è passato dallo 0,25% a circa lo 0,5%, l’indice Nikkei 225 di Tokyo è salito dello 0,3% a 40.074,87. Pare che la Banca del Giappone abbia deciso di allontanarsi da un lungo periodo di tassi di interesse estremamente bassi, che avevano portato a stimolare maggiori prestiti e spese, raggiungendo il livello più alto per il tasso dal 2008. Qualche tempo prima che la decisione venisse presa, alcuni dati divulgati dal governo hanno fatto notare che a dicembre il tasso di inflazione di base è aumentato al 3% anno su anno, ottenendo il livello più alto in 16 mesi e superando così l’obiettivo del 2% della banca centrale.
Ad Hong Kong, l’Hang Seng è cresciuto dell’1,8%, chiudendo a 20.057,46, l’indice Shanghai Composite è salito dello 0,7% a 3.253,79, mentre il Kospi della Corea del Sud ha guadagnato lo 0,6% a 2.530,56. Anche l’S&P/ASX 200 australiano è avanzato, registrando una crescita dello 0,4% e stabilizzandosi a 8.408,30.
Una breve svolta al rialzo ha investito i rendimenti del Tesoro, dopo che Donald Trump ha fatto riferimento alla prospettiva di nuove tariffe. Infatti, durante una videoconferenza al World Economic Forum, il neo presidente ha fatto sapere che i prodotti realizzati all’estero, saranno soggetti ad un’imposta. Tuttavia, dal momento che non sono emersi ulteriori dettagli in merito ala questione, poco dopo i rendimenti hanno subito una ritirata.
Nonostante i dati sull’occupazione statunitensi abbiano evidenziato che un numero maggiore di lavoratori ha fatto domanda di sussidi di disoccupazione, secondo i trader ciò non spingerà la Federal Reserve a tagliare il suo tasso di interesse principale durante il nuovo incontro. Se così fosse, quella della prossima settimana sarebbe la prima riunione da settembre in cui la Fed non ha abbassato il tasso sui fondi federali per allentare la pressione sull’economia statunitense. Oltre che spingere i prezzi a favore degli investimenti, i tassi più bassi possono anche alimentare l’inflazione.
Inoltre, per via del clima di speranza in merito alla possibilità che il presidente Donald Trump possa rendere Washington più amichevole nei confronti del settore, i prezzi delle criptovalute sono saliti vertiginosamente. Per quanto riguarda il settore energetico, invece, sappiamo che il petrolio greggio di riferimento statunitense è sceso di 13 centesimi a 74,49 $ al barile, mentre il greggio Brent, lo standard internazionale, è diminuito 13 centesimi a 78,16 $ al barile.
Fonte: https://apnews.com
