Mentre gli investitori continuano a tenere sotto controllo i dati economici e le prossime mosse politiche di Donald Trump, le azioni in Asia sono state scambiate in modo misto. Infatti, durante le prime contrattazioni di questo lunedì mattina, il benchmark giapponese Nikkei 225 ha registrato un aumento, subito dopo che il Cabinet Office ha fatto sapere che, tra ottobre e dicembre, l’economia è cresciuta del 2,8%, segnando un tasso annuo migliore di quello che si era previsto, grazie all’esportazioni costanti e ai consumi moderati. Tuttavia, nel corso della giornata ha subito diverse oscillazioni, per poi stabilizzarsi a 39.197,87, con un aumento dello 0,1%.
Facendo riferimento ai dati trimestrali, sappiamo che il Giappone è cresciuto dello 0,7% per il suo terzo trimestre consecutivo. Il Paese, che è la quarta potenza mondiale, ha segnato il suo quarto anno consecutivo di espansione, ottenendo, solo lo scorso anno, una crescita dello 0,1% nel prodotto interno lordo reale destagionalizzato, il quale fa riferimento al valore dei prodotti e dei servizi di una nazione.
Nel frattempo, in altri mercati della regione, il Kospi della Corea del Sud è salito dello 0,7% a 2.608,97 mentre l’S&P/ASX 200 australiano è sceso dello 0,2% a 8.537,10. Anche l’Hang Seng di Hong Kong è in perdita, con un calo dello 0,7% a 22.473,83, mentre lo Shanghai Composite è sceso dello 0,2% a 3.338,97.
Qualcosa di simile è successa anche a Wall Street, che, la scorsa settimana, ha chiuso al ribasso rispetto al suo massimo storico. L’S&P 500, infatti, ha registrato una perdita dello 0,1%, il Dow Jones Industrial Average è sceso di 165 punti, ovvero dello 0,4%, mentre il Nasdaq Composite è salito dello 0,4%.
Nonostante ciò, l’S&P 500 ha comunque chiuso la sua prima settimana in rialzo, soprattutto per via dei dati che hanno mostrato come le aziende avessero ottenuti profitti maggiori rispetto a quelle che erano le aspettative degli analisti. Tuttavia, sempre parlando di record, la scorsa settimana sono stati resi noti alcuni risultati deludenti che hanno evidenziato un’improvvisa accelerata dell’inflazione il mese scorso. Un’inflazione così ostinata significa che, oltre a stringere di più i bilanci delle famiglie statunitensi, la Federal Reserve manterrà tassi di interesse più bassi.
Inoltre, stando all’opinione degli esperti, è probabile che l’inflazione possa risentire di una maggiore pressione al rialzo dai dazi annunciati di recente dal presidente Donald Trump. Tuttavia, gli analisti sono sempre più convinti che Trump non abbia la reale intenzione di innescare una guerra commerciale globale punitiva. Questo perché, uno dei suoi ultimi annunci in merito ai dazi, non entrerà in vigore prima di alcune settimane, lasciando intendere agli altri paesi di avere abbastanza tempo per iniziare i negoziati con Washington.
Nel frattempo, per quanto riguarda il mercato obbligazionario, sappiamo che il rendimento del Tesoro a 10 anni si è abbassato dal 4,54% al 4,47%, oscillando incessantemente da quando la Federal Reserve ha iniziato a tagliare il suo tasso di interesse principale. Invece, per quanto riguarda il trading energetico, il greggio di riferimento statunitense è aumentato di 1 centesimo a $ 70,75 al barile mentre il greggio Brent, lo standard internazionale, è cresciuto di 12 centesimi a $ 74,86 al barile.
Fonte: https://www.washingtonpost.com


